microcenturie

E’ un invito alla scrittura e alla sua dispersione: racconti brevi, da scrivere, leggere e seminare nelle fessure del mondo, per re-inventare mondi.

E’ un progetto rivolto a tutti, nato un po’ per caso e un po’ per lettera, grazie al potere addizionale delle idee e delle parole. Quelle di Effe e di Zena. Anche le mie.

Con l’aggiunta della websapienza di Isolavirtuale.

Microcenturie

Portano camici bianchi e cognomi doppi scritti sul taschino con la biro blu. Parlano di sogni: strumenti che si innestano dove viene meno un equilibrio tra desideri e aspettative, come bilancieri perfettamente tarati e oscillanti di corpi pieni e corpi cavi.
 
 
Mi han detto siediti e sogna.
 
Staccandomi dal cammino prigioniero e magnetico che percorro abitualmente, probabilmente esaltata dallo splendore estivo, ho scelto una via che non avevo mai notato: mi era parsa così familiare da parcheggiare sotto i suoi alberi come fosse un’abitudine.
I sogni non te li puoi scegliere, come gran parte della vita.
Così sono entrata a casa sua. La tazza del caffè sul tavolo, le imposte socchiuse, (ma come mi è venuto in mente di passare a quest’ora?) i libri sparsi, la radio accesa, il portatile ancora spento.
Tutto abbastanza comune, a cosa serve sognare?
 
Si è voltato, gli occhi grigi e sorridevano, sorridevano a me.
La mattina a disegnarci arabeschi sulla schiena (fasto e gioia), uscire e passeggiare silenziosi per le vie del centro. Seduti a parlare mangiando un panino. Lo guardo tracciando, solo con l’immaginazione (ogni idea che ho accarezzato si è smarrita nell’ordine delle cose), uno schizzo del suo viso.
 
Il tempo che il cielo di oggi, un foglio di carta blu senza alcuna sfumatura, abbia modo di stendersi, sorprendere e giocare con la città pallida, sua e mia. Il tempo di assottigliare le ombre, allungarle a coprire ogni vicolo e piazza, prima che spariscano.
Me ne sono andata portando via questo frammento: che non scivoli a terra rovinato dalla vita; mi sono fermata qui sul ciglio del sogno.
 
 

La scimmia e l’arancia (olio su tela)

Non piacevi a nessuno, eppure nessuno aveva avuto il coraggio di liberarsi di te. Quando ci chiedevano, rispondevamo: un nostro antenato!
Te ne sei stata per tutto questo tempo a prendere pioggia sul fondo scuro di alberi e arbusti, e un sorriso all’ingiù.
Da piccola mi chiedevo perché un’arancia in mezzo a una foresta e perché il tuo sorriso era alternativamente innocuo e malevolo. Passandoti accanto, avevo imparato a guardarti senza che te ne accorgessi (avevo paura che ti arrampicassi sui muri).
 
Ne avevi passate di tutte i colori: un altro bambino aveva trafitto il quadro, complice l’arma del padre generale, lasciando una cicatrice sulla tela, riparata in gran fretta (e silenzio).
Qualcosa si intravede ancora.

Le cose che ci portiamo dietro, trasloco dopo trasloco, hanno un compito (una bilancia rotta e stanca, l’automobilina di latta rossa e blu di uno zio, la grande elica di legno appesa al muro, un frammento di fulgurite, l’Enciclopedia Universale). Me lo hai sussurrato tu stamattina: noi dobbiamo puntellare i ricordi più lontani, lo sai, sono quelli che, non a caso, se ne vanno per ultimi, tenendovi il più possibile legati al mondo.
Sono anche quelli che affiorano più tardi, ha aggiunto guardandomi con una punta di malignità (sarà per questo che da qualche tempo ha lo sguardo di una che si sente importante).
 
Chissà se di notte sogna di andare oltre la foresta pietrificata e di vivere dalla nostra parte, o ha paura della casa successiva: non potrebbe protestare, lì c’è poca luce, non voglio stare nello sgabuzzino, la parete è a nord, troppo umida, no, non mettetemi nella stanza degli ospiti ché sarei troppo sola.
Mi chiedo come attraverserà le case di chi verrà dopo di me, come sarà accolta, se stabilirà alleanze inconsapevoli, come proseguirà il suo compito, se si limiterà ad aiutare una parete a uscire dal destino di una tragica simmetria. 
 
 Ma non dirmi più che puoi solo guardare e non partecipare.
 

Poco meno di un anno fa Remo Bassini proponeva l’iniziativa  "A quattro mani"
Arimane e Cronomoto hanno risposto con questo racconto, che adesso trova posto nei rispettivi blog.


Stellamadre
di Arimane e Cronomoto

Ho scelto questo angolo di cielo per nascere. Una volta strappata la volta celeste – così veniamo al mondo noi stelle – la vista era magnifica.
Non c’erano ancora molte compagne, ma i vortici di materia brillante che di lì a poco le avrebbero generate erano splendidi, nel loro avvolgersi silenzioso. Mi affascinavano di più i vuoti, però: di un nero concreto, irresistibilmente attraente; li vedevo come un porto sicuro. Pozzi d’inchiostro, avrei pensato, se invece di stella fossi stata bambina, a guardare stregata il calamaio innestato nel banco, col sogno di intingervi il dito.
Mi è piaciuto, dopo, danzare in rivoluzioni e rotazioni, sentire il rumore del cielo, e incendiarmi, voltandomi a guardare gli scampoli di fuoco che lasciavo dietro di me, a spegnersi lontano: mi divertivo assai a vederli esaurire la spinta, esitare, fermarsi e mettersi a ruotare. Raffreddavano, ciascuno a suo tempo e a suo modo, prendendo colori diversi.
Fossi stata bambina – più grande, adesso – e non stella, avrei pensato che fossero fatti delle stoffe ruvide o vaporose, granulose o finissime, che esplodevano di vermiglio o di cobalto, di pervinca o di turchese leggero sul telaio di mia madre, quando lavorava accanto a mio padre, maestro di colori.
E vorrei esserlo, la bimba dell’inchiostro, per usarlo e dire con quello del più bello dei frammenti, che si è intiepidito lentamente, crepandosi tutto in valli e montagne e ha mischiato atomi semplici, a far liquido e a fare il cielo azzurro come altri cieli non sono. Come una madre, l’ho allevato, quel pezzo di me, l’ho scaldato piano, illuminato. Giocava, splendendo di ghiaccio, poi ostentando orgoglioso la chioma verde, l’elmo di un guerriero. Correva, quasi ruzzolasse da una pietraia, a sbucciarsi le ginocchia, imprudente, a cercare un destino diverso dagli altri. E infatti: presto divenne folle di esseri microscopici e laboriosi.
Non fossi stella, direi ciò che oggi m’inquieta. Il tempo è passato, e tanto; invece del soffio del fuoco avverto ora, profondo, un brontolio sordo, un turgore che cresce. So cos’è, ma a chi dirlo? So che marcio da un tempo che sembra infinito verso il momento in cui la fornace che mi anima finirà di ardere tutto.
E’ oggi, il giorno. Se non fossi stella, ma la bambina dell’inchiostro e delle stoffe, e la donna che ha allevato le sue creature, la mia fine sarebbe semplice, anche se dolorosa. Mancherei al mondo, forse.
Ma sono stella, e sarà il mondo a mancare a me.
Resterò taciturna e pesantissima in questo angolo di cielo a raffreddare anch’io, dopo avere avvolto di fuoco e fatto svanire in un attimo il corteo di piccoli compagni che m’hanno girato attorno per tanto tempo. Senza mai avvicinarci, quasi fossimo timidi innamorati; paghi, loro, di vedere i miei lunghi capelli di luce sciolti nel cielo, e io di osservarli nei loro giochi cangianti.

 

E’ il bianco il colore della morte, me sono accorta oggi a pranzo. Un foglio di carta scritto a mano.
Considera che avevo cercato la verità per giorni, come può farlo ogni immaginabile prospettiva: con occhi attenti, spaventati, impietosi, compassionevoli, e poi stanchi.
Ogni passo mi aveva portato più lontano da casa.

Ma deve essere che il cielo mi sorveglia, e così mi sono fermata. La morte mi ha prestato il suo sguardo e, adesso che so, mi affido alle parole sicure che mi hai lasciato
immagino che nel fondo di quegli occhi spenti ci sarebbe il riflesso dei fiori che amavo coltivare, sfiorare, annaffiare, quasi mai recidere, per timore di far loro del male

(per mio padre)