"La gente passa il tempo a combinare, preparare, spassarsela. A me bastano il deserto e la casa" (da "Non Dire Notte", Amos Oz)
 
 
 
 
 
QUASI A CASA
 
Guarda un fiore cadere senza fretta dal rampicante della terrazza.
Impreparato alla sua delicatezza, sposta lo sguardo impacciato oltre la città pallida.
 
 
Quando risalgo la stradicciola che mi porta a casa, lo sguardo si appoggia al verde che incornicia il percorso,  in leggera salita. E’ un verde benevolo, fatto di piante arrivate coraggiosamente da tutto il mondo, quell’altro mondo, sopra ed oltre la depressione desertica.
Nel mezzo dell’entrata, un semplice cancello aperto, sosta un pavone: è la sua coda aperta, immobile e maestosa a dare spesso il benvenuto.
Dietro il pavone c’è il sole ormai basso, ad accogliermi.
Tra quel cancello e il sole, quasi nulla. Eppure mi sembra di essere nato in questo posto.
Non mi importa del vento denso che occupa ogni spazio, capisco subito che o fai così e te lo tieni vicino come un fratello un po’ matto o impazzisci.
La prima sera mi sono fermato per caso come ospite, alla mensa-ristorante. Poi ci sono state mille altre sere così.
Si parlava piano, e più tardi ci si ritrovava a discutere del mondo di qua e di quell’altro, lontano. Si andava a dormire in pace, dopo.
Durante il giorno ci mescolavamo tra noi, agli ospiti e ai volontari mentre vento, sabbia e un caldo pesante si sovrapponevano senza scalfirci, nel punto più basso della terra.
Quella volta che i due ragazzi si suicidarono e le loro immagini davanti alla mensa ce lo ricordarono per mesi, sapevamo tutti perché.
 
 
Aspetta lo scirocco, ma  è troppo umido per essere scambiato per khamsin.
Le betulle del giardino sono smilze, difficile sovrapporle al ricordo di quegli alberi che lanciavano fiori notturni come fossero sorprese.
Ma annaffia con cura il rampicante e quel piccolo cactus che ha comperato ieri.
E quando più tardi forse pioverà, la sabbia rossa si poserà reale e  leggera su tutto a ricordargli il suo deserto. Rientrerà in casa e potrà riprendere a leggere quel libro.
 
 
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17 pensieri su “

  1. I mondi perduti ai quali sarebbe stato possibile appartenere si possono ricostruire in miniatura in un angolo di stanza o di terrazza. Basta solo un oggetto, a volte, una pianta, una pietra.
    Si è troppo grandi, per il modellino che si costruisce, ovviamente; ingombranti, per quel piccolo mondo. A volte si vorrebbe rimpicciolire per entrarci e starci a proprio agio; a volte basta osservarli, immaginando semplicemente un’altra linea del tempo…

  2. Sì, ribadisco: fantascienza intimista che non mi sembra nemmeno una brutta definizione. Un mondo altro sempre collocato nella percezione, sempre più sentito che dipinto, suggerito… Mondi paralleli fatti di sogno (siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni) e una natura benevola (se non è fantascienza questa… – schopenhauer chiamava “mortura” la natura)

    Il solito delicato pezzo di una collezione notevole. Fantasia intimista: per me va benone così.
    grazie.

  3. Arimane: sì, pochi oggetti, perfino pietre, o il ritrovare spezie quasi dimenticate dalla memoria dell’olfatto possono in un istante ricostruire mondi interi, in cui ci si sentiva ” a casa”.

    MariaStrofa: grazie a te! orgogliossima per la fantascienza intimista :)
    (e pensare che quel luogo, nel punto più basso del mondo, esiste davvero)

    DottorCaligari: questo stato dell’anima che descrivi così bene, ricorda il non arrendersi al sonno, ai ritmi delle stagioni (penso ovviamente al tuo “Il sole ieri”), il non dare tutto per scontato e determinato.

  4. non finirò mai di stupirmi delle meravigliose capacità dell’anima che a volte spazia dentro infiniti giardini botanici e altre trova una sua completezza e equilibrio con pochi fiori.

  5. Anch’io attendo lo scirocco.
    Un abbraccio ed un grazie.

    Ho letto, qnzi divorato, questo brano come se una voce me lo stesse leggendo.

    Null’altro da aggiungere. Non ho mai permesso ad alcuno di leggermi qualcosa.
    Tu sei la prima.

    Serena giornata

  6. Il nostro nuovo biplano

    Quasi ci dimenticavamo, Madame Lunomoto Crocia (Origini giapponesi?).
    Ci proposero (ed acquistammo) un nuovo biplano. (Proprio quello della foto. Bello vero?).
    Usato, mono proprietario e funzionante.
    Un prezzo interessante (fuori mercato).
    Prevediamo, entro oggi, la prova … provata.

    Stampammo il Vostro racconto pur di leggerlo “fra le nuvole” e chissà, forse assaporeremo, con il vento addosso, meglio quelle frasi che “scavano”.
    (Il Discovery si rivelò un cattivo ed incauto acquisto! Il computer di bordo funzionò sempre al massimo. L’equipaggio, estremamente ciarliero e “difettoso” fu il motivo del disarmo di cotanta “nave”).

    ….. E quando più tardi forse pioverà, la sabbia rossa si poserà reale e leggera su tutto a ricordarmi il mio deserto. Rientrerò, quindi, in casa e riprenderò a leggere quel libro … che abbandonai troppo presto …..

    Un abbraccio da quì.
    Cordialità

  7. Cominciare: risorse degli umani ;)

    LordNinni: consiglio di controllare la rotta, in volo! L’avevodettoio che il Discovery era rischioso!!!

    Cordialità
    ;)

    Giarina: promesso! prossimo post:”CALMA PIATTA” ;)

  8. *
    per quanto abituata al tuo stile…minimale ,con l’elemento umano inserito in décor quotidiani, usuali,
    direi quasi prevedibili,
    ecco la breve frase
    –drammatica-
    “quella volta che i due ragazzi si suicidarono…”
    e -in un crescendo –
    gli iniziali gesti/luoghi/oggetti insignificanti diventano
    riti maniacali, “attrezzi” carichi di elettrico sgomento.
    Per continuare a vivere ?

    bisousmélancoliques !

    *foto di henry gaud

  9. Tipico: “quasi” a casa. Se il deserto può essere una casa, una casa può essere deserta. Concordo con Maria Strofa. Mi piace la tua fantascienza intimista, interiore, psicologica, priva di effetti speciali ma ricca, strabordante direi, di affetti speciali. Io, poi come già scrissi, ci trovo sempre una eco della letteratura mitteleuropea.

  10. Più passa il tempo e più è una danza, qui…

    (l’aver sonorizzato il tuo nome s’è rivelato un passo degno di un tuo racconto, crono.
    E ne indago gli sviluppi come leggessi i tuoi bonsai abissali..:-)

  11. Tenda: sento la letteratura mitteleuropea scalpitare :o)

    Bloogo: spero che la metamorfosi in musica dia gli sviluppi sperati, e oltre, naturalmente ;)

    Ice: quasi dall’altra parte

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