Questa è un’"ucronia capovolta"  di Ecateo, lontano dal pianeta Splinder, che mi ha inviato dal Mare della Tranquillità.
 
 
“Ciao Michael”- e gli stringesti forte la mano.
Ti pareva più forte del solito quella stretta. Dopo solo cinque giorni in assenza di gravità, già i tuoi muscoli cominciavano a non essere più abituati a sforzi eccessivi. Te lo avevano detto gli scienziati.
Fra gli altri effetti collaterali, però, tu non soffrivi particolarmente la nausea. Gli altri invece vomitavano sempre. Era successo anche stavolta a Buzz e a Michael.
Per quello  avevano scelto te.
“Ma non solo per quello” – pensavi continuamente.
 
Quello che ti dava fastidio era solamente la partenza: non dovevi fare niente anche se eri il comandante di quella missione. Facevano tutto da Capo Kennedy e non avrebbe potuto essere altrimenti. Avevi l’impressione di essere in un frullatore. L’addestramento alla forza centrifuga, fino a 15 g in quella vasca da bagno che ruotava a velocità pazzesca, in confronto era una passeggiata nel parco della tua città natale, Wakaponeta, Ohio.
Dopo pochi minuti subentravano quelli di Houston. A quel punto intervenivi anche tu, ma in pratica dovevi solo rispondere alle domande che ti facevano da terra. Gente supponente che si dava un sacco di arie. Sembrava facessero tutto loro. Però, in fin dei conti, se eravate arrivati fin lì, era anche merito di quelli laggiù, 190.000 miglia più in basso.
Ma in quel momento, a rischiare la vita, eravate rimasti in tre e di lì a poco solo in due.
Però tu non ci pensavi al rischio che correvi.
 
“Vieni Buzz, andiamo. Saluta anche tu.”
Anche Buzz avvertì qualcosa di strano nel momento di stringere la mano di Michael.
Tu e Buzz vi infilaste nel modulo. “Aquila” – lo avevano chiamato“.
Michael rimase nel “Columbia”, chiamato così per omaggio al navigatore italiano.
“Scopritori di un nuovo mondo”. A lui vi avevano paragonato.
 
“Ci vediamo più tardi” – dicesti a Michael come ultimo commiato. – “Facciamo solo un giro sulla giostra e poi ce ne filiamo dritti a casa con quel mucchio di pietre che i signori geologi ci hanno detto di prelevare”.
Già.
I geologi.
Avevano scelto il Mare della Tranquillità. Ma tu non eri del tutto convinto di quella scelta. Secondo te era dettata dalla fretta. La gara con i Russi ormai l’avevate vinta. Anche i Russi avevano spedito lì i loro razzi e dalle poche notizie che erano trapelate attraverso la cortina di ferro, avevi saputo  che uno dei quei razzi era sicuramente arrivato, ma dal momento dell’impatto non aveva dato più notizie di sé.
“Problemi all’antenna di trasmissione” era stata la versione ufficiale.
Ma l’Apollo 10, che pochi mesi prima aveva fotografato tutta la superficie ad un livello di dettaglio inimmaginabile, di quel razzo non aveva visto nessuna traccia.
“La solita propaganda comunista” avevano detto sbrigativamente i tuoi capi.
 
A quel punto vi eravate staccati. Trenta giri intorno per ridurre la velocità: ti dava fastidio quando passavi dietro e non potevi più comunicare con quelli di Houston.  Era a quel punto che sentivi di aver bisogno anche di loro.
 
Buzz portò giù il modulo quasi come se stesse danzando. E ti venne in mente la scena di quel film dell’anno scorso in cui l’astronave si muoveva sulle note di “Sul Bel Danubio Blu”. L’idea era venuta a te e l’avevi suggerita al tuo amico  Stanley. Ti era sempre piaciuta la musica di Strauss.
 
Michael dal Columbia  vi sorvegliava dall’alto. Buzz conduceva  a meraviglia l’Aquila. Ma saresti stato tu il primo. E sapevi già che solo dopo pochi anni si sarebbero ricordati solo di te. Qualcuno forse di Buzz. Gli altri che sarebbero venuti dopo li avrebbero ricordati solo gli appassionati di astronautica. D’altronde qualcuno sa il nome di chi volò subito dopo i fratelli Wright?
 
Eri assorto in questi pensieri e non ti accorgesti che eravate già quasi arrivati al suolo. Avevi sentito gradualmente il tuo peso aumentare ma era comunque ancora un sesto di quello che avevi sulla Terra.
 
A pochi piedi dal suolo Buzz azionò per l’ultima volta i razzi per frenare l’Aquila, che si stava posando sulla superficie del Mare della Tranquillità. Alla fine prendesti tu il comando, ma qualcosa non stava andando per il verso giusto. Si era alzata troppa polvere, non vedevi più niente fuori dagli oblò. Era tutto di un bianco accecante.
Capisti di aver toccato solo quando da Houston, con il consueto ritardo a cui non ti eri mai abituato, dissero “Touchdown” e udisti per qualche secondo appena uno scrosciante applauso.
 
Poi  il modulo sprofondò  lentamente in quella sabbia bianca e impalpabile, sempre più giù, inesorabilmente, quasi fossero sabbie mobili. A questo i geologi non avevano pensato.
Maledetta la gara contro i Russi. “Ci voleva più tempo per la preparazione” – pensasti – ed invece in soli otto anni e con le dovute migliaia di milioni di dollari, ce l’avevate fatta.
Volevate per forza arrivare prima.
 
“ Ripartiamo, presto. Il suolo non ci sostiene”
“Go up, go up!” sentisti da Houston dopo un secondo.
 Tentasti  immediatamente di invertire la rotta. Ma ormai i razzi erano già sepolti dalla sabbia. Il modulo sprofondava sempre di più. Inclinandosi su un fianco, dall’oblò scorgesti per l’ultima volta la Terra. Poi la polvere vi coprì del tutto e da Houston non arrivò più nessun segnale.
Capisti che non avreste più rivisto Michael. Ma capisti anche che  non avresti più rivisto i tuoi due bambini e tua moglie. Era lei che ti aveva suggerito quella frase che avresti dovuto dire davanti ai 600 milioni  di persone che erano  rimaste incollate alla televisione per tutto quel tempo:
 

AS11-37-5437

foto http://www.nasa.gov  – allunaggio Apollo 11
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14 pensieri su “

  1. Davvero bello e che tiene “incollati” fino alla fine in un crescendo di ansia… non mi aspettavo il finale però. Quella scritta sembra una bella per l’uomo.. e per l’umanità.

    Encomiabile Crono questa tua ricerca di talenti.. :) La condivido appieno!

  2. Bella davvero, complimenti all’autore! Grazie per gli auguri del mio bloggeanno! D’accordo questa settimana niente strizzacervelli e più pizze (e pandoro con nutellla), tanto fino a natale è lecito ingrassare! Un bacione

  3. @ tutti: (tranne lo spammatore),
    spero che Ecateo (COME TUTTI VOI VI RICORDO POTETE FARE) intervenga con altre ucronie, è stato corresponsabile della lista delle sindromi (http://cronomoto.splinder.com/post/8918202)

    @ zop: sei tu che stai trasmettendo entusiasmo e crei mostri :O)

    @ ecateo: ancora grazie, ogni tanto penso a Kubrick…e al suo sfortunato suggeritore. L’utente anonimo # 6 ha qualcosa di FAMILIARE :-) dalla Colonia Distaccata su MondoAlto.

  4. Allora io devo un grande grazie a Ecateo, Cono.
    Come sai ti ho chiesto in prestito l’idea delle sindromi…. quindi ora ringrazio anche lui.
    Ora passo a leggerlo :)…. e poi magari spero di rileggerlo qui

  5. E bravo Ecateo. Un racconto davvero intrigante, specie alla luce di quelle leggende da web che negano l’allunaggio degli americani, che avrebbero costruito tutto lo scenario in un teatro di posa.
    Ciao crono
    Scaramouche

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