Agrippa

Nel 1992 William Gibson scrisse  “Agrippa: a Book of the Dead”, che fu messo su disco. Una poesia autobiografica sulla sua infanzia e sulla morte del padre. Protagonista è anche il “meccanismo”, come a chiusura di ogni immagine-sequenza  di quell’ Album Kodak.

Questo autore continua a sorprendermi, anche il suo ultimo libro “Pattern Recognition ("L’accademia dei sogni")  starà probabilmente suggerendo qualcosa sul  futuro prossimo. Già in  "Neuromancer" (scritto nel 1984), aveva ben immaginato gli sviluppi della Rete, parlando di Firewall quando questo ancora non esisteva. E’ un racconto di un mondo dietro l’angolo,  in cui informatica, tecnologia e megacorporazioni si impossessano di  ogni aspetto del vivere.

Il floppy disk di “Agrippa”,  realizzato 14 anni fa, era parte di una tiratura limitata di schermate per una speciale lettura. Il testo era accompagnato da disegni di Dennis Ashbaugh che si modificavano come, appunto, in un meccanismo. Una volta scorsa, la poesia si cancellava automaticamente  dal disco, colpito da un “virus”: poteva quindi essere letta una sola volta. Qui  lascio un estratto in italiano, che ho associato  ad alcune immagini trovate nel sito-blog di Gibson. Rimando all’edizione integrale di Agrippa in inglese, certamente migliore.
kodak-catalog-p1
 
 

 
Ho esitato
prima di sciogliere il nodo
che stringeva questo libro.
 agrippa-cover
Un libro nero:
ALBUM
C.AGRIPPA
Ordinate Fogli Supplementari
Inviando il Vs. Nome via Posta video-still-Label
Un album Kodak di carta nera
bruciata dal tempo
Il nastro che lo legava
Era disfatto dagli anni
e dall’aria secca dei bauli
Come una stringa di scarpa da donna della prima guerra mondiale
Le ghiere di metallo mangiate dall’ossigeno
Fino a sembrare cenere di sigaretta
All’interno della copertina scrisse qualcosa in tenera
grafite
Ora cancellato
Poi il suo nome
W.F.Gibson Jr.
e qualcosa, virgola,
1924
Poi incollò le sue foto Kodak
E scrisse sotto
Con una matita bianca simile a gesso:
 
“Segheria di papà, ago. 1919.”
Un pascolo a terrazza
Contro una cresta montuosa
In primo piano assi rovesciate e trucioli
certamente si sentiva profumo di resina, in agosto
La dolce esalazione tiepida
Della sega elettrica
Morde attraverso i decenni
 
 
 Poi il cocker Moko
“Moko 1919”
In posa su una panchina o un tavolo
Davanti a un albero da cortile
Il mantello è lucido
L’erba ha bisogno di essere falciata
Oltre l’albero
In un soprannaturale chiarore Kodak,
Le scale di servizio nell’estate di Wheeling
Virginia Occidentale
Qualcuno ha dimenticato una scala di legno a pioli

 
 
“Zia Fran e [illeggibile]”
Benché non ci sia, quest’uomo
Ha la fibbia della cintura a forma di “G”
Un distintivo di origine massonica sul bavero
Una matita a espulsione brevettata
Una stilografica
E i fiori sul retro si mettono in posa decisi
Sono radicati nella lunghezza verticale
di un tubo di fognatura di cemento imbiancato.

 
“Segheria di papà 1919”, mio nonno davvero regale fra
una rovina di  tronchi segati
potrebbe anche essere la documentazione
postuma di qualche demolizione,
e
 le maniche della sua camicia di cotone sono arrotolate
non più su del gomito,
a strisce, con un listino bianco
per allacciare il colletto.
Dietro di lui un cono di segatura di trenta
piedi circa di altezza.
(E come sembra di dover cadere
o di profumare quando è bagnata) 

 
Il meccanismo: lamiera nera stampata
Finta pelle su cartone, punte di bosso,
Una lente
L’otturatore scende
Dividendo
Per sempre questo da quello.
Ora in camere da letto dal soffitto alto,
deserte, mai viste,
nei cassetti superiori di scrivanie impiallicciate
nella fredda oscurità chimica si alzano in spire
montaggi commemorativi dei morti locali della guerra mondiale,
proprio come ho scoperto da me
in un’altra estate in una cassa nel soffitto,
e sul fondo il miglior tesoro per qualsiasi ragazzo
di veri proiettili ossidati
frammenti reali di guerra
ma anche
il meccanismo
stesso.
 gun_overprint
La finitura tinta di blu delle armi da fuoco
è un processo controllato di derivazione dalla comune
ruggine,
sotto una patina così rara e inusuale
mai toccata durante tutti quegli anni
finché la sollevai
e ritornando in trance giù dalla scala
di legno grezzo,
al corridoio dove giuro
di non avere udito il primo colpo
La pallottola ricoperta di rame recuperata
dal cilindro di cartone di
Sali da Bagno Morton
non era deformata
eccetto che per i chiari marchi appena percettibili
di rilievi e scanalature
calda, colava energia,
mi coprì la mano di vesciche.
 
L’arma giaceva sul tappeto polveroso.
Ritornando con timore reverenziale assoluto la sollevai con cura
Così che il secondo colpo ugualmente non udito,
intagliò il legno duro della balaustra riportando in vita
uno strano chiaro profumo di antiche trincee sotterranee
in un raggio di polverosa luce solare.
Assolutamente solo
nella mia consapevolezza del meccanismo
Come la prima volta in cui posi le labbra
su una donna.
 
 “La nostra casa
di Wytheville sett. 1921”
 “Mamma genn. 1922” è uscita a spazzare il
cemento con una scopa. I suoi stivali sono chiusi da bottoni
punzonati da uno strumento apposito.
Ancora una morsa di ghiaccio, in Ohio, 1917. Il meccanismo
si chiude.

 
Un ritaglio di giornale gualcito offre una DeSOTO FIREDOME del 1957,
4 porte Sedan,
radio con coppia di altoparlanti, riscaldamento e servosterzo e
freni, pneumatici
nuovi in omaggio. Unico proprietario. $ 1.595.
 
Nella stazione degli autobus aperta 24 ore
vendevano uova strapazzate ai soldati
quei lunghi coltelli a serramanico chiamati coltelli da frutta
che erano taglia-angurie con manici di perla
e novità pacchiane di legno laccato marrone
made in Japan.
 
Dapprima mi mandava là solo la sera
se la stecca di Camel di mamma era finita,
ma poco per volta cominciai a valutare
la luce sottomarina, l’esalazione aliena
della lunga raccolta umana, gli stranieri
arrivati direttamente da Port Authority
diretti a Nashville, Memphis, Miami.
Talvolta lo sceriffo li guardava scendere
assicurandosi che poi risalissero.
 
Quando la sala d’attesa dei viaggiatori di colore
non fu più necessaria
sfondarono il divisorio
e estesero l’esposizione del negozio
verso nuove dimensioni,
una fredda caverna fluorescente di sogni
profumata per sempre con un debole sentore di disinfettante,
forse proprio come le paure viaggianti
di quegli innumerevoli altri scuri di pelle che,
muovendosi come circondati da ferro caldo,
erano costretti così a ballare
o a non ballare
a seconda delle convenienze di legge.
E’ là che pensai per la prima volta a me stesso come a uno scrittore,
avendo scoperto in quell’alcova
copie di certe riviste
esoteriche e preziose, e, sì,
sapevo già da allora, sapevo definitivamente,
che la decisione era presa per sempre nel mio cuore,
benché non sapessi ancora come,
né l’abbia mai saputo.
 
 
Tornando a casa
attraverso le strade immobili
così silenziose che potevo udire gli scatti dei semafori un
isolato più in là:
il meccanismo.
Nessun altro, solo il silenzio
che si diffondeva
verso i lunghi camion a rimorchio che sbadigliavano sull’autostrada
le loro vaste anime brute in difetto.
 
 
Hanno raso al suolo la stazione degli autobus
adesso è chiusa con una catena
nessun autobus si ferma più
e io cammino attraverso Chiyoda-ku
durante un tifone
la sottile pioggia orizzontale
l’ombrello rovesciato nel respiro di tempesta del Pacifico
stasera le lanterne rosse sono buttate a terra.

Ridendo
nel meccanismo.
 

 

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6 pensieri su “

  1. Puf:oggi sono riuscito a trovare il bottone dei commenti…solo che mi sono dimenticato che commento volevo fare!;-)
    Ora mi rileggo tutto questo esoterico argomento e poi ti ri commento, splinder permettendo…

  2. Foggy: auguri a te e al tuo gruppo!

    Zop: grazie per la visita, si lo trovo “un precursore”

    Contrabbubis: ti sarai perso tra le note…

    Anonimo Utente: Cronomoto è proprio il racconto di Bob Show, letto da adolescente, il “sentire” del protagonista mi aveva colpito.

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